"A volte arrivo a pensare che quello che fecero durante gli anni di piombo è assai meno devastante di quello che stanno facendo oggi per occultare la verità. E quello che fa ancora più rabbia, è che lo fanno con gli strumenti di quello stesso potere che ieri volevano abbattere con le armi."

Giovanni Berardi, figlio di Rosario, ucciso dalle BR



LETTERA APERTA DI FRANCESCO "BARO" BARILLI A MARIO CALABRESI



(Mario Calabresi, figlio del commissario di Ps assassinato da un commando di Lotta Continua nel 1972)




Caro Giovanni,
ti mando questa mia lettera aperta a Mario Calabresi: penso/spero sia interessante per il tuo blog.

Francesco “baro” Barilli



“CARO CALABRESI, PRIMA DI SPINGERE LA NOTTE PiU’ IN LA’, DOVREMMO ALMENO PROVARE A ILLUMINARLA, TUTTA…”


Caro Calabresi,
ho letto da qualche settimana il suo libro, “Spingendo la notte più in là”, e volevo comunicarle alcune riflessioni. Innanzitutto una precisazione, che è corretto esporle subito affinché non si disperda fra le righe e perché non resti fra noi il velo dell’incomprensione. Ho 42 anni, non ho vissuto direttamente i fatti di cui le parlerò; conosco Licia Pinelli e ho seguito il caso del marito per passione civile, cercando di tenermi lontano da tentazioni manichee.
Vengo ora al suo libro. Se è un racconto sul dolore personale, sull’elaborazione del lutto resa ancora più faticosa dalla giovanissima età che lei aveva quando suo padre fu ucciso, il suo è un bel libro. Se è la ricostruzione di una parte della storia d’Italia (ripeto: di una parte, per di più filtrata dalla sua soggettività) è un lavoro dignitoso, che si confronta con i limiti di una rappresentazione parziale, valida nella misura in cui quei limiti li ammette con franchezza. Se pretende di essere “la” ricostruzione dei nostri anni ’70 il valore è ancora inferiore.
Non credo che quest’ultima opzione fosse il suo intento, ma di fatto è quel che si è concretizzato sui media. Un’operazione negativa, e lei – anche riconoscendole di non avervi partecipato volontariamente – non può sentirsi escluso dalle responsabilità, essendo persona consapevole delle dinamiche dei media. Non può sottrarsi al ruolo assegnatole di depositario di una verità costretto a rimuoverne un’altra.



(l'anarchico Giuseppe Pinelli, morto "suicida " nel 1969, durante un interrogatorio in Questura per la strage di Piazza Fontana)


Prima di leggere il suo libro mi era capitato di vederla un paio di volte in televisione. In entrambe le occasioni ha speso parole belle ma “scivolose” su Pino Pinelli, come se la storia dell’anarchico precipitato dalla questura milanese la notte del 15 dicembre ’69 fosse rimasta impigliata alla vicenda di suo padre per un caso o per le bizze della storia. Leggendo il suo racconto speravo di trovare qualcosa di diverso, ma sono rimasto deluso. I toni sono rimasti partecipi, ma così pure l’atteggiamento sbrigativo, quasi da “è tutto chiaro, passiamo ad altro”, verso una questione che resta irrisolta, al di là della famosa sentenza D’Ambrosio che attribuì quella morte ad un malore con slancio attivo. Glielo dico perché, indipendentemente da quel che si può pensare delle conclusioni del magistrato, il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della precipitazione da quella finestra. Esistono un prima e un dopo, e forse l’errore di questi 39 anni è stato concentrarsi su quel singolo istante senza saperlo o volerlo contestualizzare.
Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna contro suo padre fu quanto di più sbagliato si possa immaginare, nei toni e nei contenuti. Sbagliata eticamente, intellettualmente e politicamente, perché finì col cementare l’opinione pubblica in una contrapposizione in cui interrogarsi se suo padre fosse o meno l’unico responsabile della morte di Pinelli, o se fosse o meno presente nell’istante della precipitazione. Si personalizzò una campagna di stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.
Lei potrà obbiettare che la verità la si raggiunse con la sentenza del 1975, in cui D’Ambrosio
salomonicamente escluse l’omicidio come il suicidio. Strano paese, l’Italia: dove speso la magistratura viene accusata di ingerenze nella vita pubblica, per poi delegarle acriticamente la ricerca della verità, dimenticando che solo scopo dell’azione giudiziaria è l’accertamento dei fatti nei loro aspetti penalmente rilevanti. I giudici non sono i sacerdoti della verità, ne sono i meccanici: assegnargli un ruolo salvifico significa caricare la loro coscienza di un peso insopportabile, col solo effetto di sgravare la nostra.



Quel che è in discussione non è tanto la sentenza (su cui ho i miei dubbi, ma parlarne risulterebbe dispersivo) quanto la sua effettiva portata, perché la vicenda Pinelli comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge (e questo lo conferma pure la sentenza, pur se disponendo il proscioglimento del dottor Allegra perché il reato si era nel frattempo estinto per intervenuta amnistia). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell’immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l’acquiescenza di suo padre.
So che quest’ultima affermazione può averla ferita: mi creda, non era mia intenzione. Così pure non è mia volontà tentare una sgradevole graduatoria d’importanza o di gravità fra quelle due campagne denigratorie (subite da suo padre e da Pinelli), ma va sottolineato che a quella contro Luigi Calabresi parteciparono intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipò lo Stato, e forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva. Riconoscere e ricordare il fiume di fango versato su Pinelli e sugli anarchici sarebbe stato da parte sua un gesto non solo nobile, ma pure utile e particolarmente significativo.
Caro Calabresi, in precedenza le dicevo di averla vista in televisione in un paio di occasioni. Una di queste fu lo speciale di Ballarò sugli anni ’70, lo scorso 23 gennaio. Oltre alle testimonianze in studio, nel corso della trasmissione fu mostrato un filmato che ripercorreva le tragedie di quel periodo. Qui, l’amara sorpresa: nessuna menzione per Varalli, Zibecchi, Brasili… Neppure per Roberto Franceschi, che proprio 35 anni prima, il 23 gennaio 1973, fu colpito mortalmente dalle forze dell’ordine al termine di una contestata assemblea del movimento studentesco. Una sentenza civile del 1999, superando un muro di omertà e falsità, affermò con chiarezza le responsabilità della polizia, escludendo l’uso legitimo delle armi. In quella puntata di Ballarò, se non altro per la coincidenza temporale, mi sarei aspettato una citazione almeno del caso Franceschi. Così non è stato.
Sia chiaro: non si tratta di considerare i morti come pesi da buttare sui piatti della bilancia per raggiungere l’equilibrio, e neppure di contrapporre lutti ad altri lutti. In altre parole, non vorrei un Ballarò “compensativo”: la storia non la si fa con un macabro pallottoliere, e cercare oggi il punto d’equilibrio su quella bilancia è operazione antistorica e pericolosa. Credo però sia altrettanto pericoloso rimuovere dalla storia d’Italia il fatto che le lotte sociali – da Portella delle Ginestre alla fine degli anni ’70 – hanno prodotto un enorme tributo di tragedie.
Per vicissitudini personali ho avuto modo di ascoltare le storie di molti parenti di quelle vittime. Ho letto i loro racconti, ho raccolto memorie di dolori ed esperienze. Sono molte le cose che ho trovato in comune; alcune riguardano la dimensione collettiva, altre quella personale. Fra queste, il timore che quelle vicende finiscano nella pattumiera della storia, dimenticate o riscritte in modo sciatto o strumentale.



Nel suo libro lei lamenta la mancanza di un luogo dove la memoria delle tragedie degli anni ’70 sia conservata, arrivando ad essere condivisa e – di conseguenza – sintomo di vera pacificazione nazionale. In quella sua ipotesi di luogo della memoria resterebbero però esclusi i Franceschi, Varalli, Zibecchi, i morti di Avola, quelli di Reggio Emilia e molti altri, di cui non fa menzione. Si tratterebbe di una sorta di operazione che ricalca quella intrapresa in Sudafrica senza saperne ripercorrere il percorso (tortuoso e faticoso, ma anche il solo che sappia portare a un risultato, tenendosi lontano dalle tentazioni di scorciatoie), di una memoria strabica e incompleta. E una memoria parziale è destinata a rimuoverne altre. Ricordo cosa scrisse Ferdinando Camon: “quando le tragedie della storia si confondono e il ragazzo interrogato a scuola nel datare un avvenimento sbaglia di tre secoli, vuol dire che non fanno più male: che ci siano state o non ci siano state non fa nessuna differenza”.
Caro Calabresi, credo che la notte, prima di spingerla più in là e dirsi pronti a un nuovo giorno, la si debba capire, senza ricordarne solo quella parte di oscurità che ha sconvolto la nostra vita. Questa è la riflessione che le chiedo di fare e la saluto cordialmente, nella speranza di una sua risposta.


Francesco “baro” Barilli



:: Saturday 05 July 2008 - 09:20:25 ::
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"WALTER, PRENDI PUBBLICAMENTE LE DISTANZE DALLA MANIFESTAZIONE DI POTERE OPERAIO: BERLUSCONI E DI PIETRO SONO DUE FACCE DELLA STESSA ANOMALIA"




Il politico Berlusconi non mi piace, l’ho sempre detto sin dal giorno della sua “discesa in campo”. Però mi chiedo: ma perchè, nonostante tutto, lui continua a vincere, e la sinistra a perdere? La risposta credo che sia abbastanza semplice: perché la maggioranza degli italiani considera la sinistra un male peggiore. Si dovrebbe partire da qui, una buona volta. Non per omologarsi al berlusconismo, ma per costruire una proposta più forte e credibile. E invece vedo il pericolo di una recidiva: la tentazione di affidarsi ai giudici per liquidare un problema, l’anomalia berlusconiana, che non si riesce a risolvere sul piano politico-elettorale. Non ha mai funzionato, finora. E dubito che funzionerà in futuro.
Walter Veltroni non vada alla manifestazione romana dell’8 luglio, promossa dagli ex dirigenti di Potere operaio e alla quale hanno subito aderito “gli intellettuali”. I soliti che da quarant’anni non fanno altro che firmare appelli e inviare messaggi, invece di produrre analisi coraggiose della realtà italiana (a proposito, attenti alle parole: se si continua a urlare in modo così scomposto che la «dittatura è alle porte», prima o poi qualcuno finirà per crederci; e gli sembrerà un gesto di romantico eroismo impugnare una pistola per sparare in testa a un “simbolo”). Ma non faccia il pesce in barile, il leader del Pd. Prenda pubblicamente le distanze da quella compagnia di giro di comici, politici e intellettuali tanto chiassosa e presenzialista quanto inconcludente. E lo faccia spiegando agli italiani le proprie ragioni, con chiarezza, rigore e determinazione. Perchè ci sono milioni e milioni di elettori moderati, di destra, di centro e di sinistra, che non vogliono morire schiacciati nella morsa Berlusconi-Di Pietro, due facce della stessa anomalia. Qualcuno davvero crede che entrare in politica, con ambizioni plebiscitarie e presidenzialiste, 5 minuti dopo aver decapitato il Paese della sua classe dirigente, come fece il Pm Antonio Di Pietro, sia una cosa normale per una democrazia?


giofasan




:: Thursday 03 July 2008 - 10:09:39 ::
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UN ALTRO INTERVENTO DI VINCENZO ANDRAOUS




(Vincenzo Andraous, condannato all'ergostolo, sta scontando la pena nel carcere di Pavia ed è molto impegnato in un lavoro di recupero con la "Casa del giovane")



Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

RAGAZZI, LA VITA NON E’ UN PALCOSCENICO


Una classe di un liceo lombardo, adolescenti molto colorati, qualcuno incuriosito, in attesa di saperne di più di quest’incontro.
Il luogo del confronto la Comunità Casa del Giovane, i temi da trattare bullismo, droga e carcere, argomenti di una socialità vissuta sopravvivendo, nella sfrontatezza degli anni corti, quelli che non posseggono ancora residenza.
“Avete sentito di quei ragazzi che hanno menato un compagno fino a mandarlo in ospedale?
Sì, a volte succede, bisogna vedere cosa ha fatto il ragazzo, sarà sicuramente il solito sfigato”.
Il solito sfigato è chiaramente quello più debole, più fragile, out rispetto al gruppo in agguato, è quello lasciato indietro.
Qualche canna me la faccio, ma non sono un tossico, il fumo non è droga pesante, somiglia a un paio di birre bevute in fretta, è roba normale”.
Normale come guidare un auto “prelevata” e andare a sbattere a 140 all’ora contro un platano, tra una risata sguaiata e l’altra, mentre l’amico seduto al tuo fianco, meno fortunato di te, c’è rimasto secco.
A 14 anni è facile indossare l’abito del duro, per essere ammirati all’interno di quel recinto che viene prima di ogni altra cosa, della famiglia, il cui rapporto è rarefatto, con gli insegnanti è fittizio, mentre con gli “amici” è vitalizzato da “segni e scatti” che caratterizzano il plotone, al punto da relegare in un angolo il morso della colpa, della vergogna, un fastidio delle regole percepite per ripudiarle alla bisogna.
“Io non ho paura di niente, non mi fido di nessuno, il mondo è popolato di gente che è lì per fregarti”.
Proprio questo modo di pensare e di agire nell’illusione di risolvere da soli i problemi, conduce allo sbaraglio, a imbattersi improvvisamente con la realtà aspra dei dazi da pagare, perché questo è certo, prima o poi si pagano e molto pesantemente.
Il carcere non è quello della televisione, non sbarra il passo ai soliti che non siamo noi, spesso al più furbo toccherà conoscere la solitudine di una cella, le miserie che vi sono ristrette e contenute, se continuerà a guarderà allo sfigato di turno come a una cosa, a un animale, a cui è possibile rapinare la dignità e il rispetto, intesi come prodotti reperibili al supermercato dei sentimenti.
Non ci troviamo casualmente in questa comunità, dove centinaia di ragazzi affrontano quotidianamente la salita, per affrancarsi dall’abbandono a se stessi, dalla rabbia di un momento o di anni umiliati e sconfitti.
“Tu a 14 anni hai capito tutto quanto, io che ti sto parlando ho impiegato una intera vita spesa male per rendermi conto che il futuro non è un palcoscenico da cui puoi salire e scendere a piacimento, o un’ abitudine a privilegiare la via più corta e facile, ma lastricata di sfigati, come dici tu, lasciati indietro senza un sussulto di DIGNITA’.


Vincenzo Andraous




:: Tuesday 01 July 2008 - 08:07:24 ::
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CANTAMI, O DIVO GIULIO...





“La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’io”.
Da Il Divo, di Paolo Sorrentino


Innanzitutto mi scuso con i lettori di questo blog, per la mia assenza di questi ultimi mesi, a causa della mia imminente laurea (giovedì).
Torno a scrivere, dopo aver avuto modo di vedere finalmente Il Divo di Paolo Sorrentino, che avevo già amato con Le conseguenze dell’amore e L’amico di Famiglia.

La recitazione e la regia sono ottime, così come la colonna sonora, basta ripensare a Toop toop dei Cassius durante l'iniziare carrellata di omicidi. La scelta dei colori scuri che dominano interni ed esterni, in modo ossessivo come a sottolineare la vicinanza ad un girone dantesco. I primi piani rugosi. I dettagli ricostruiti con precisione maniacale. Molto se ne è già detto, ma a me è piaciuto davvero questo film. Andreotti non è più un personaggio di cronaca, ma una metafora vivente della politica e del potere, della nostra Italia. "La spettacolare vita di Andreotti" - sottotitolo del film - consegna così il personaggio alla storia prima del tempo, facendo di una persona ancora in vita già un mito epico.

Giovanni Fasanella alcune settimane fa scriveva su questo blog: "si ha la sensazione di aver assistito a un film già visto." Questa non è stata la mia prima reazione. Nel 1992 avevo appena 8 anni, ma - quando si sono riaccese le luci in sala - ho pensato che è incredibile - proprio da film - come Andreotti sia uscito indenne da quegli anni, senza scalfitture, nonostante le mille battaglie elettorali e le terribili stragi terroristiche. Nonostante le fortissime accuse infamanti. Forse sembrerà una domanda da giovane, ma come diamine ha fatto?

Alice Avallone


PS.
Come è stato ancora più incredibile, un paio di anni fa, avere ancora la forza di presentarsi sul piccolo schermo a fianco di Valeria Marini e Claudio Amendola per gli spot dei cellulari di H3G - per esempio - rispolverando fuori onda, con inquietante ironia, un suo classico: "Il videotelefonino logora chi non ce l'ha".



:: Tuesday 24 June 2008 - 10:24:05 ::
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